mercoledì 13 maggio 2009

sabato 2 maggio 2009

diffusione news:: L’ipotetica pandemia di influenza Suina è un esempio di terrorismo mediatico basato sul nulla.

Quale sia lo scopo di queste forme di terrorismo mediatico, non è dato di sapere. In genere servono o nel coprire malefatte politiche o giudiziarie o nel fare lucrare somme enormi alle industrie farmaceutiche.

La prima cosa vorrei far notare che l’uso di determinate terminologie non solo è difforme dalla realtà ma a mio avviso configura il reato di “ procurato allarme “
Partiamo dal nome dell’ipotetica “ influenza” .
La si chiama influenza suina nonostante sia accertato che di suino non c’è nulla, ma come capita in ogni influenza il virus primario muta in una specie animale per poi diffondersi tra gli umani.
Ogni anno periodicamente viviamo “ influenze “ nate nello stesso modo e nessuno ne fa un’allerta se non per i così detti soggetti deboli o rischio.
Ma parlare di Epidemia e Pandemia dimostra ignoranza nella migliore delle ipotesi o malafede.
Perché chiediamoci terrorizzare la gente con idiozie simili.
Vorrei che leggeste quello che un banalissimo vocabolario dice su Pandemia
Pandemìa sf. [sec. XIX; dal gr. pandemía, il popolo tutto, da pân, tutto+démos, popolo].( avete capito bene- Tutto il popolo ) Epidemia di grande estensione, tale da coinvolgere diverse regioni, Stati e Paesi. Presupposti fondamentali per un simile evento sono: contemporanea presenza di numerose sorgenti di infezioni in molteplici.
In Italia non vi è un caso accertato e nel mondo su Miliardi di abitanti si contano massimo un centinai di casi, che bisogna anche verificare se veri o pure bufale.
Ma le avete viste quelle immagini alla televisione con bende sulla bocca, dove sono state girate?
Quando? A parte la pessima qualità video, chi ci dice che siano attuali ed attinenti.
Basta, dobbiamo ribellarci con rabbia a chi vuole con la paura tenere sotto controllo un popolo.
Ho sentito paragonare questa “ influenza inventata “ alla Spagnola.
Ma si possono fare simili raffronti, come se gli anni passati non abbiano cambiato nulla rigurado l’igiene e le scoperte scientifiche.
Ma siamo pazzi? A chi si vuole prendere in giro.
Ve la ricordate l’aviaria. Pandemia con nessun caso in Italia.
Solo miliardi di euro per vaccini inutili.
Nostri soldi sprecati, per arricchire le aziende farmaceutiche.
Poteri andare oltre, ma lo schifo che mi assale è totale.
Amici aiutatemi nel diffondere questo articolo, cos’ la pandemia la realizzeremo noi, con il virus dell’indignazione e della rivalsa.
Mandiamo a casa questa massa di ipocriti e venditori di “ Czzate”
Riprendiamoci la dignità di essere rispettati come esseri pensanti e non solo numeri di idioti da tenera a bada.

Giuseppe Maria Galliano

http://orroridicomunicazione.blogspot.com/2009/05/lipotetica-pandemia-di-influenza-suina.html

martedì 23 dicembre 2008

Sysix WebZine n°UNO



IN QUESTO NUMERO

special: Hiphop
locale: JahBless
strumento: Il Sitar
personaggio: David Linch

domenica 21 dicembre 2008

PENNELLI DI VERMEER // Intervista di Alessio Arpaia

Circa quattro anni fa studiavo con un mio amico; fra una pausa e l’altra – ed erano tante! – lo sguardo finì come sempre perso fra cd e musica. Gruppi locali, giovani realtà: finimmo a parlare de “I PENNELLI DI VERMEER”, visitando il loro sito. Ricordo perfettamente le parole che mi disse: “se nei prossimi anni qualcuno sfonderà da queste parti, saranno loro di sicuro”. Ebbene, oggi i Pennelli di Vermeer si sono imposti sulla scena musicale campana rendendo la loro musica riconoscibile e ricercata ancor prima che gli strumenti inizino a cantare. I due primi lavori, ‘Modello Barocco’ e ‘Trame D’annata’, sono stati il piccolo tappeto sul quale Raffaele Polimeno – pianoforte, organi, synth – Pasquale Palomba – chitarra elettrica – Pasquale Sorrentino – voce, chitarra acustica, testi – Giovanni Santoro – basso – e Marco Sorrentino – batteria e voce – hanno avuto l’occasione di camminare fino ad approdare a ‘La primavera dei sordi’, primo cd ufficiale del gruppo prodotto da La Canzonetta e presente sul mercato ormai da diversi mesi con l’approvazione di buona parte della critica nazionale. Il cd, che annovera fra gli ospiti nomi del calibro di Sergio Serio Maglietta e Lino Vairetti, è un progetto che parla di prog, di elettronica ed allo stesso tempo non dimentica i maestri del rock di tutti i tempi. Poesia, amore e rabbia: è un cd che urla! E allo stesso modo urlano pacatamente Pasquale Sorrentino e Raffaele Polimeno, con i quali mi trovo a chiacchierare fra le mura del centro sociale PompeiLAB:

Modello Barocco, Munch, Vermeer. L’arte figurativa come una sorta di filo rosso che lega i vostri progetti. Dove sta l’anello di congiunzione fra l’arte e la vostra musica?
Beh c’è da dire che l’arte, al di là della pittura, crea ed evoca un certo tipo di scrittura. Tanti sono i nostri riferimenti a quadri e quant’altro - pensiamo a ‘Luce’ o a ‘L’urlo’ - così come spesso ci soffermiamo sulla pittura barocca. Il nostro legame dunque lo si può cogliere nel tipo di scrittura la quale si propone di esprimere immagini. Una sorta di traduzione letteraria. Arte figurativa dunque nel senso di piccoli dettagli che vanno colti e inseriti nel complesso di un pezzo o di un lavoro. 

In quanto ‘Pennelli’ vi sentite strumento di lavoro nelle mani del maestro? Vi sentite cioè creta forgiata dal pennello o invece artigiani che lo adoperano?
Ovviamente il mezzo non è che un tramite fra l’idea e la sua rappresentazione.

La primavera dei sordi. E’ un album a cui si arriva o da cui si parte?
Si parte! Siamo arrivati a confermare un progetto, è una tappa che ferma un progetto consolidato. Siamo contenti che La Canzonetta abbia creduto in noi con questa seconda produzione, segno di una nostra maturità. E’ un disco tra l’altro che ci ha proiettato verso eventi importantissimi come l’apertura del concerto di Pino Daniele e poco dopo quella della PFM, ragion per cui non può che rappresentare un momento importante di crescita e di sviluppo. 

Lino Vairetti, Sergio Serio Maglietta … Bene o male hanno fatto parte del nostro e vostro back ground musicale e non solo. Averli accanto in sala di incisione è stato un onore, un onere o semplicemente un piacere?
Senz’altro un onore. Ed ovviamente un piacere. Sergio ad esempio ha una storia che chi ha frequentato l’ambiente napoletano degli ultimi 20 anni non può non conoscere, basti pensare ai Bisca come punto di riferimento fondamentale. Gli anni 90 a Napoli parlano di loro. In ogni caso sia Sergio che Lino sono stati senza dubbio segno per noi di una precisa scelta stilistica ed umana. Ovviamente era palpabile il nostro grande rispetto nei loro confronti. Tra l’altro Importantissimi per noi sono stati anche i contributi di Ercole Longobardi, di Catello Tucci e di tutti quelli che hanno lavorato con noi a questo album. 

Anni fa vi avrebbero inquadrato senza difficoltà nel ‘prog’. Nel nuovo cd invece questo stile, figlio di formazioni come la PFM, è molto meno palpabile. Rientra però subito in gioco nei live. Se vi si chiede che genere di musica fate, voi cosa rispondete?
E’ difficilissimo dirlo. C’è già una certa difficoltà nel renderci conto che i live siano diversi dal cd. Del resto sul palco entrano in gioco fattori come la teatralità e la dilatazione dei tempi a cui non sapremmo rinunciare. Si può provare a dare una definizione ma forse sarebbe restrittiva. Ci si può soffermare su degli stacchi strumentali o su di un testo ma è difficile mettere tutto insieme. Ci piace però la definizione che Donato Zoppa ci diede un po’ di tempo fa, quando parlò di ROCK PITTORICO. 

Proprio parlando di evoluzione dei suoni, come spiegate allora la riproposizione di un pezzo bellissimo come “L’Urlo”, presente nel nuovo cd in una veste completamente differente dalla sua prima edizione?
Ecco, L’Urlo è un brano del 2003. A distanza di cinque anni lo stesso pezzo lo metabolizzi e lo elabori. Riproporlo come allora era impensabile anche perché aveva alle spalle cinque anni di live in cui era cresciuto insieme a noi. Ed ecco appunto la scelta di introdurre in questo pezzo una voce come quella di Lino Vairetti unita ad una piccola sezione di banda e ad una impercettibile riduzione del testo. Tra l’altro poi proprio questo pezzo è stato registrato usando un banco mixer di fine anni 60. 

Quanto è difficile dalle nostre parti trovare la strada efficace per portare in giro la propria musica senza problemi di forma e sostanza?
Dalle nostre parti la musica è viva. Proprio questo posto (PompeiLAB-nda) ne è un esempio lampante. La difficoltà sta appunto nell’imporsi e soprattutto nel trovare un’etichetta disposta a rischiare su di te. Noi siamo felici infatti che la nostra casa discografica su di noi abbia fatto una scommessa importante. La differenza la fanno tante cose, come ad esempio il cantare o no in dialetto. Non è detto che si debba per forza sottolineare la nostra area geografica di provenienza. Ovviamente importantissimo poi è il lavoro di booking che ci deve essere dietro ad un gruppo. Per noi ad esempio l’appuntamento con Pino Daniele è stato importantissimo perché ci ha dato una ampia visibilità ma sapevamo di non dover essere li per rappresentare per forza la scena napoletana, bensì per portare avanti la nostra musica. 

Dopo l’impatto lampante de La primavera dei sordi, quali sono i vostri progetti?
Non è mai facile parlare di progetti, anche perché abbiamo sempre fra le mani tante e tante idee, immagini, suoni e voglia di fare. Senza dubbio le nostre idee e le nostre novità le potete ritrovare volta per volta nei tanti live. Vedrete che già fra questo novembre e il prossimo maggio scoprirete tante piccole particolarità!





Videoclip: Pennelli di Vermeer - Manifesto cm 70x100



Pennelli di Vermeer in Piazza Plebiscito aprono il concerto di Pino Daniele

club: il JAH BLESS // intervista a Massimo di Lexaney






Ciao Massimo ci descrivi il Jah Bless ? Da che deriva il nome?
il nome"JAH BLESS"deriva da un saluto rasta(CHE DIO TI BENEDICA)la scelta di questo nome è avvenuta dal passaggio profondo interiore,da simpatizzante della musica reggae,all'approfondimento della steassa;questo anche grazie alla conoscenza di un amico londinese di orgini sudanese"MIDHAT"vero rastaman.Come definire il jah bless,un po' difficile nn si puo' dire ke è un discopub e neanche un disco bar,diciamo che è un posto dove ci si puo' riuire x ascoltare buona musica,almeno ci proviamo,e bere una buona birra o un buon drink.

E' evidente che hai una predilizione per la musica Reggae, questa passione da cosa è scaturita? 
La passione x la musica reggae,è scaturita dal mio carattere,io come indole sono una persona molto pacifica,sono x la liberta' uguaglianza fra le razze,e nn sopporto i soprusi e le ingiustizie questo nn solo nell'ambito in cui vivo ma in una visione globale,questi sono i temi principali della musica reggae (ALMENO QUELLA SERIA) insieme al fatto le sonorita' dei pezzi mi entrano propio dentro.

E' stata una sorpresa il JahBless Beach, tra mare e sole, ci racconti come l'hai vissuto questa avventura?
il jah beach è la realizzazione dei miei sogni,quando ho iniziato 15 anni fa' me lo ero prefisso come dirittura d'arrivo,ke dire ho colto al volo un occasione e ne è uscito una bel fatto,che poi fra l'altro raggiungera' la sua massima espressione l'anno prossimo e negli anni a venire.
Devo dire che è molto sacrificato io praticamente sono stato la' x 3 mesi notte e giorno ,sensa mai tornare a casa,xo' è stata una grossa soddisfazione,poi li è tutto ,magico l'aba ,il tramonto,la brezza marina,si vivono delle sensazioni che nn stancano,anzi vi diro' si va' a ruota....infatti nn vedo l'ora che arriva maggio.

Vuoi dire qualcosa ai lettori che avessero intenzione di venirti a trovare? e ai musicisti che vorrebbero suonare da te?
Ai lettori posso dire che se sono amanti di buona musica e xche' no di un po' di liberta' nel senso di uscire un po' dalla forma,quindi lasciarsi trascinare dalle note sensa oppressioni possono venire a trovarmi,ai gruppi vorrei dire di dare il meglio di se,anche se devo dire che jah vengono selezionati con molta cura e serieta' da "SUONI VISIONI AGENCY"ALEX D SERGIO CUBANO E LELLA FALNGA i quali si occupano sia di fissare date cercando i gruppi emergenti migliori sia della pubblicita' flyers etc...

Hai in cantiere qualche nuovo progetto? Hai qualche sogno nel cassetto che vorresti vedere realizzato prima o poi? 
sogni nel cassetto....direi di si andarmene in afrca prendere un pezzo di spiaggia un piccolo bar una consolle ed invecchiare in tranquillita',anche se c'è tempo x questo spero,no scherzo mi piacerebbe spostarmi a roma infatti io e qlke amico siamo alla ricerca di qlkosa nella capitale jah da qlke anno nn so vedremo,nel frattempo cresco le mie bambine ed è piu' il loro di futuro che mi preokkupa x come gira il mondo ora....speriamo bene

Cosa ti piace dare? Cosa ti piace ricevere?
Diciamo che metto sempre tutto me stesso nel mio lavoro cerco di dare sempre il massimo anche se a volte le persone sono tante e nn sempre si riesce ad accontentare propio tutti,ma i piu affezionati questo lo sanno,x i meno affezionati posso dire di avere un po' di pazienza,tanto non si paga x averla la mia piu' grossa soddisfazione è quando incotro o mi scrivono persone che hanno passato qlke serata al JAH BLESS o quando amici che vanno fuori mi dicono quando tornano"BELLO PERO' IL JAH BLESS SI TROVA SOLO QUA' questo mi piace molto soprattutto x il fatto che a 10 anni dall'apertura siamo quantomeno attuali.
Nel chiudere vorrei citare altre persone che come me si impegnano a far si' che le cose scorrino liscie mia moglie Daniela,Thomas dal togo insieme a Cristoph,mia mamma mio padre e dei cari amici Massimo,Laura,Marina,Vito etc... ok ora vi saluto MASSIMO(Mr.JAH)


Op.rot Ganjafarm Sulo live at Jha Bless


strumento: IL SITAR di engood

tratto da: Il Sitar e la Musica Indiana di Annysha Sacchini.

La Musica Indiana è un insieme di fenomeni musicali di natura diversa, sicuramente è il riflesso delle civiltà che hanno insediato il territorio indiano. Infatti l’India è da sempre invasa da diversi popoli, che hanno portato con se, i propri costumi, istituzioni, concezioni filosofiche, religiose e artistiche.
Gli occidentali hanno definito la musica indiana come musica modale, anche se è differente da altre musiche della stessa famiglia come i canti gregoriani o la musica greca. Un altro elemento differente è che la musica indiana si accentra su un solo tema, su uno stato d’animo per tutta la durata del brano o raga (melodie tradizionali) .
I primi contatti tra occidente e oriente non furono di comprensione reciproca, in quanto l’occidente si è sempre imposto come civiltà più forte, senza pensare a stimare il valore di ciò che andava a distruggere. Nella metà degli anni ’60 molti giovani occidentali stanchi dello stile di vita legato alla civiltà industrializzata, cercano nuovi stimoli che riescono a trovare nella cultura indiana, il primo incontro musicale è

stato in occasione del Woodstock Festival, al quale ci fu la partecipazione di artisti indiani come Ravi Shankar amico di Gorge Harrison dei Beatles che volle anche la presenza del musicista indiano nel loro tour.

Il Sitar 
La comunità indiana è abbastanza concorde a stabilire la nascita del Sitar intorno al 1200 d.c., periodo in cui l’India fu invasa dalla dominazione islamica. Proprio per questo innesto di due culture diverse, esiste una diatriba tra la tradizione indiana e quella musulmana, le quali rivendicano come propria l’origine di questo strumento e delle nuove forme musicali a esso connesso.
Il sitar appartiene alla famiglia dei liuti a pizzico con manico tastato. 
Uno degli elementi che caratterizza la sonorità del sitar è la cassa di risonanza, costituita da una zucca, infatti il primo passo nella costruzione dello strumento è dato proprio da lei, elemento naturale, gia confezionato e pronto all’uso, ma non conveniente dal punto di vista pratico, essendo ogni zucca diversa dalle altre, in dimensioni, forma, curvature, etc… ; ogni volta ci vuole molto tempo per costruire un manico e un piano armonico adattabile al profilo sempre variabile e irregolare di ogni zucca, sarebbe più pratico farli in serie con del buon legno con misure standardizzate, ma la scelta è sensata in quanto la zucca essiccata presenta una superficie durissima e sottilissima, mentre al suo interno si forma uno strato spugnoso tipo poliuretano espanso (materiale isolante sintetico) e ciò rende la timbrica inconfondibile soprattutto sulle frequenze acute. Il manico e la tavola armonica sono costruite con legno Tun che si trova solo nelle isole Andamane (Golfo del Bengala). Il sitar moderno monta da 6 a 7 corde principali. La prima corda è in acciaio ed è accordato il FA3, la seconda in ottone o bronzo ed è in tonica, ovvero in DO3, la terza in MI e la quarta in SOL entrambi in acciaio, la quinta e sesta accordate in DO4 e DO5. Oltre le corde principali ci sono le Taraf ovvero le corde di simpatia, composte da 11 o 13 corde di risonanza. 

In India i nomi delle note sono:

DO = SA
RE = RI
MI = GA
FA = MA
SOL = PA
LA = DHA
SI = NI












Il SItar viene suonato stando a terra, la gamba sinistra viene suonata sotto la destra in modo che la zucca appoggi nella cavità del piede sinistro, mentre con il piede destro si tocca il manico ed è utile per battere le Mantra (unità ritmiche) durante l’esecuzione della musica. La posizione è fondamentale oltre che per il bilanciamento del sitar anche per la riuscita delle tecniche strumentali.







Per suonare il Sitar c’è bisogno del Mizrab (una specie di plettro di filo d’acciaio) messo sull’indice della mano destra, si usa toccando le corde dal basso verso l’alto (DA) dall’alto verso il basso (RA).





Nel Sitar l’ottava comprende 22 sruti, gli struti secondo gli indiani sono intervalli piccoli del semitono, si presentano quando si ha una trazione laterale delle corde così si ottengono delle oscillazioni al di sopra o al di sotto della nota effettiva, senza mai superare l’intervallo di un semitono. Ancora oggi non è stato calcolato matematicamente il valore degli struti.


La musica che esprime sentimenti e stati d’animo ci riguarda da vicino, soprattutto quando si tratta di una musica capace di esprimerne i livelli più alti.

consigli sull'ascolto:  Ravi Shankar, Hariprasad Chaurasia, Trilok Gurtu

Intervista a Ravi Shankar e Costruzione del Sitar


Ravi Shankar con la figlia Anoushka Shankar


HariPrasad Chaurasia

Mixtape Sy6 3.0 Stritt in the Street VA - hiphop

La Campania ha un fascino che vogliono far puzzare di immondizia e camorra. Eppure Napoli è l’unica città di Italia che potrebbe sfidare un certo suono Newyorkese, è' l'unica città in Italia che, quanto a hip hop, potrebbe confrontarsi con i ben più noti protagonisti d'Oltreoceano. Da oltre dieci anni il rap nostrano è cresciuto e si è evoluto. Dalle scalinate di Piazza del Gesù dove Speaker Cenzou e company si dilettavano alla fine degli anni 80 ad improvvisare rima in stile libero, acqua sotto i ponti ne è passata. Oggi in ogni paesino della Campania c’è una crew. Dialetti e inflessioni linguistiche locali sono diventati vero e proprio “slang” che compone i testi dei pezzi che vi abbiamo proposto nella compilation. Ci sono momenti e territori in cui il flusso di rabbia è l’unica cifra che puoi usare per raccontarti quello che ti capita attorno. Comunichi questa rabbia perché il corpo non può più contenerla e allora la lasci esplodere. A farlo questa volta sono stati i nostri compaesani nelle liriche da noi selezionate, passate al setaccio nel vasto panorama musicale del nostro hinterland. Da Scafati a Torre, da Pomigliano a Napoli tutti con uno stile differente e una propria provenienza artistica, ma accumunati tutti dalla stessa voglia di emergere e di esprimersi. 

Sy6 Mixtape 3.0
Stritt in the Street

1. AlfaGang - prod. Oluwong//Stradjvari - tammor e curtellat ::
2. Sax Machine - senza scrupoli ::
3. Shamantide - fai abberè ::
4. Dal Basso - na vot e pè semp ::
5. EQualizer - e waje ::
6. La Congrega - pover italia ::
7. Scopo Ignoto feat Kento - strunzate e bugie ::
8. None feat P-Eight - non è solo musica ::
9. Systemania - fuori il male da me ::
10. Nazo - hiphop ::

compilata da
LUCA FERRARA & ALESSANDRO LAGHETTO

scarica in free download


altre info nella sez. Mixtape

special: HIPHOP di Alessandro Laghetto

Il “Griot”, “colui che ha il dono della parola”, è l’arcana figura del poeta errante, cantore e custode della conoscenza dei villaggi Africani. In America diventa il b-boy odierno che tramite il “dozen”, l’arte di raccontare le gesta in rima, affronta la società contemporanea.


All'inizio degli anni '70 diverse radio di musica black iniziarono a suonare musica disco. Ci fu una rivolta della comunità afroamericana nei confronti di questo genere. Secondo l'associazione Zulu Nation è proprio in questo periodo la data a cui far risalire la nascita dell'Hip Hop e precisamente il 12 novembre 1974.
Kool dj Herc, progenitore della stirpe dei dj hip hop, non ha lasciato nessuna testimonianza discografica del suo lavoro. E’ la nascita della Universal Zulu Nation, fondata da Afrika Bambaadaa nel 1974,che offre al movimento nascente la prima "casa comune", pacifista e cosciente della propria identità. L’Hip Hop prende forma all’interno della quale si distinguono 4 discipline fondamentali: lo Mc’ing, il writing, la breakdance e il turntablism o Dj’ing.

Nel 1983 la Technics introduce il nuovo piatto SL12000MKII, uno strumento importantissimo per i praticanti di questa cultura. Esistono altre discipline minori come il beatboxing, l'attivismo politico, la moda tipica, lo slang, il consumo di marijuana, il double dutching, il baikering o lo scheitering, ma una sola quinta dusciplina la knowledge, intesa come conoscenza profonda dell’ essenza di questa cultura e l’uso saggio di essa. L'arrivo del rap sul mercato discografico segna, nel settembre 1979, un punto di non ritorno, l'atto ufficiale dell'hip hop. Tra il 1982 e il 1984,l'hip hop cresce e diventa maturo, ed al piacere di puro intrattenimento si aggiunge anche la denuncia sociale. 
Canzoni come"The Message"di Grandmaster Flesh e The Furios Five o l’album d'esordio dei Run-MDC, dimostrano chiaramente di avere suoni e temi in grado di competere con prodotti rock anche di alto livello. E' sempre in questo periodo che la cultura hip hop si affaccia anche nel mercato cinematografico, ne sono l'esempio pellicole come “Wild Style” e “Flashdance”.Nascono in questo periodo anche nuove case discografiche specializzate nel genere come la Def Jam, la Tommy Boy, la Priority e la Sleeping Bag, distribuite da case discografiche maggiori, facendo si che i prodotti vengano esportati per tutti gli stati dell'Unione. Nel marzo del 1987 la cima della classifica pop 
americana è conquistata dal primo gruppo rap, un trio di bianchi, i Beastie Boys, tutto ciò dopo che i Run-DMC hanno già conquistato la copertina del "Rolling Stone". L'hip hop diventa ormai una miniera d'oro, ma comincia anche a pagarne il prezzo. Nell'ottobre del 1985 esce il film hip hop "Krush Groove", dominando le classifiche degli incassi, ma è proprio durante la proiezione della pellicola, che in una rissa un ragazzo perde la vita. Tutto ciò dà il via ad una campagna denigratoria e di accusa nei confronti del rap, ed in questo periodo iniziano a venire stampati gli adesivi che campeggeranno sulle copertine dei dischi, recando la scritta :“Avviso ai genitori questo disco contiene testi espliciti (parental advice contain explicit lyrics)”. Cominciano ad imporsi sulla scena i rapper della costa atlantica con base a New York con i
Public Enemy (East Coast) opposti, non solo geograficamente ma anche per pensieri differenti e sonorità, a quella occidentale (West Coast) il cui fulcro è Los Angeles con i Niggers With Attitude (N.W.A.) gruppo in cui militavano anche Ice Cube, Dr. Dre e Eazy E. Nel febbraio 1989 esce il loro disco d’esordio Straight Outta Compton ed è subito polemica soprattutto per il singolo “Fuck tha police”. Il disco tra messe al bando televisive e interrogazioni parlamentari realizzando vendite da capogiro. Le polemiche arrivano ad un punto critico quando il primo agosto l’FBI informa la “Priority” (casa discografica dei N.W.A. e produttrice del disco incriminato) che il singolo potrebbe essere perseguito penalmente e infatti durante un concerto a Detroit le autorità trascinarono i rapper giù dal palco a forza. Il braccio di ferro tra governo e rapper continua fino a quando sugli schermi di tutto il mondo, il 4 marzo 1991, vengono lanciate le immagini del cruento pestaggio di un automobilista nero, Rodney King, da parte di una pattuglia di polizia che lo aveva fermato per un banale controllo uccidendolo mentre ascoltava del Rap. L’anno dopo (29 aprile 1992) i poliziotti incriminati vengono processati e assolti: a Los Angeles scoppia l’inferno! Ci furono incidenti e scontri in cui persero la vita 58 persone e si contarono danni per miliardi. Vennero 
presi di mira molti artisti, tra cui Ice Cube e Ice-T, di aver innescato, attraverso i loro testi, un clima di tensione e un’ondata di odio senza precedenti, conseguentemente furono avviate campagne censorie, veti e distribuzioni negate. L’atteggiamento di violenza si accentua molto fino a sfociare in vere e proprie faide tra East e West Coast. Una guerra inutile in cui perdono la vita 2 pesi massimi del Rap: Tupac Shakur rappresentante della West Coast coinvolto in una sparatoria a Las Vegas, dove si era recato per assistere all’incontro di Mike Tyson suo amico intimo e The Notorius B.I.G. rappresentante della costa atlantica si spegne l’anno dopo, venendo crivellato di proiettili a Los Angeles dove si era recato per ritirare il Soul Train Award. KRS-ONE, poco dopo, pubblicò, insieme a molte altre star come i Public Enemy, una canzone che sarebbe poi diventata un leggendario inno di pace hip hop, "Self-Destruction" con lo scopo di mettere fine al dilagare di queste brutalità. La canzone diffuse il motto "Stop the violence" e raccolse oltre 400.000 dollari per iniziative benefiche. Nel 1994, KRS-ONE e Harry Allen organizzarono un "Meeting of the Minds" (raduno delle menti) per discutere riguardo alla giusta archiviazione e documentazione dell'hip hop come cultura. Afrika Bambaataa e la Zulu Nation, Crazy Legs, Mr. Wiggles, Kool DJ Herc e Grand Wizard Theodore erano tra i partecipanti. Fu qui che i pionieri dell'hip hop proposero la direzione dell'hip hop come cultura internazionale e tesero le trame della storia dell'hip hop. Nacque così nel 1996 la “Temple of Hiphop Association” e il 16 maggio 2001 venne proclamata la "Dichiarazione hip hop di pace" presso le sedi delle Nazioni Unite a New York. Durante la stessa cerimonia, l'UNESCO e l'ONU riconobbero quella hip hop come cultura. L'hip hop dilaga definitivamente nel mondo, creando delle scuole nazionali che ne rispettano la grammatica senza rinunciare a particolari inflessioni locali,come in Italia. Dalla metà degli anni Ottanta si formarono i primi gruppi Hip Hop a Roma, a Torino e Genova. Una vivace scena hip-hop nasce e si sviluppa a Torino sopra il marmo del teatro regio dove i primi b-boy iniziarono a brekkare, attorno al breaking si condensa una scena rap fatta di personaggi come The NextOne. Nella capitale la galleria Colonna (oggi Galleria Sordi) era al centro di un raduno settimanale per b-boys. Afrika Bambaataa fece il suo primo concerto italiano a Roma nel 1985 al mitico locale del Piper supportato da Dok Frank e Dj Chino. Jovanotti (alias Lorenzo Cherubini), che a Roma ha conosciuto questo genere, nel 1987 incide il suo primo disco: Jovanotti for President. Non si può assolutamente parlare di un lavoro HipHop, ma i testi sono interpretati "rappando" in inglese con contenuti volutamente leggeri e faziosi. All'inizio degli anni Novanta si muovono i rapper delle "Posse", termine inglese che significa "gruppo", attivisti nel campo politico-sociale e di rivendicazione di diritti, che si servono della forte attitudine comunicativa di questo genere per esprimere le proprie opinioni e diffonderle. Il movimento si sviluppa essenzialmente nell'ambito dei centri sociali e delle case occupate.
Man mano che la scena cresce, riesce a dare il posto a produzioni più accurate, dove non basta più inventare qualche rima su una base qualsiasi, ma è fondamentale la ricerca di uno "stile". "Batti il tuo tempo", col quale l'Onda Rossa Posse di Roma invitava a combattere la disinformazione imperante a colpi di rap, comincia a far indossare pantaloni larghi ai giovani, e quando, nel 1992 gli Aeroplanitaliani portano al Festival di San Remo un brano dal titolo "Zitti Zitti (Il silenzio è d'oro)" che sfonda il muro dell'underground e si fa notare per una interpretazione sul palco del Teatro Ariston in cui un prolungato silenzio di 30 secondi, paradossalmente è ciò che fa più scalpore in quell'anno o ancora quando, nel 
periodo molto prolifico che ne segue Frankie HI-NRG MC e Assalti Frontali riescono a emergere. Ovviamente il sound di quegli anni, molto semplice, fu completamente abbandonato quando cominciarono a farsi notare nell'ambiente rappresentanti del genere come OTR, Porzione Massiccia Crew, Bassi Maestro al Nord, Sangue Misto, Colle Der Fomento e Lou X con C.U.B.A. Cabbal al Centro

La Famiglia al Sud, ognuno con un proprio stile e un proprio modo di fare rap. Comincia così quella che viene definita la "golden age" del rap italiano. Joe Cassano, con l’album “Dio Lodato”, uscito postumo la sua morte per arresto cardiaco dovuto a un overdose, Neffa, Dj Gruff, Kaos One, Esa e Deda sono alcuni degli artisti pionieri di questo periodo folorido che danno vita all'associazione culturale “Zona Dopa”. Con la Zona si promuovono tantissime manifestazioni e jam in tutta Italia. Vengono pubblicati in quel periodo dischi considerati classici, quali Fastidio di Kaos, Contro gli estimatori di Bassi Maestro, Novecinquanta di Fritz Da Cat' o Neffa & I Messaggeri Della Dopa di Neffa, sindrome di fine millennio, degli uomini di mare a cui apparteneva anche Fabbri Fibra e “Quel sapore particolare” degli OTR di cui facevano parte oltre al già citato Esa anche La Pina e Popare.
Di quegli anni è anche l'esplosione degli Articolo 31 e i Gemelli Diversi, spesso criticati e considerati fuori da questa ondata perché troppo "commerciali", e portatori di messaggi spesso disimpegnati. Dopo un periodo di stanchezza che va dal 2000 al 2002 la scena italiana si risveglia con alcune produzioni notevoli fino al Mi Fist dei milanesi Club Dogo: scossone definitivo che rientra nella lista dei classici del nuovo millennio. I titoli non si fermano qui e i restanti costituiscono quella che viene definita la nuova era dell'hip hop tricolore. Nonostante l'Italia rimanga salda nell'underground il mercato dei dischi, capeggiato da etichette indipendenti come la Portafoglio Lainz o la Vibrarecords, dà comunque dei risultati oggi visibile agli occhi di tutti. Nel 1997 la "Temple of Hiphop Association" organizzò il primo censimento dell'esistenza culturale hip hop. Più di 80.000 risposte vennero raccolte, provenienti però da tutte le nazioni del pianeta terra. Anche nella nostra realtà vesuviana e ovunque esista il disagio, l’hip hop vive e viene sostenuto.

LA CONGREGA // Intervista di Alessandro Laghetto

LA CONGREGA, Amerigo e Ferdinando, duo rap partenopeo che in questi ultimi anni si sta facendo notare tra i gruppi di maggior spessore della nuova scuola rap in Italia grazie anche a parte del background che si sono costruiti. Dopo varie demo e i vari “Underground Skillz”, sono fuori col loro primo album ufficiale “New Era” lavoro autoprodotto e autodistribuito.







INTERVISTA


Come ha influito il luogo da cui provenite nei confronti della vostra produzione artistica?
Beh partiamo dal presupposto che se non fossimo nati in questi luoghi,non saremmo mai esistiti.
La nostra musica ha un legame indissolubile con questa terra,sono due elementi che hanno sempre viaggiato di pari passo nel corso della nostra formazione artistica.Nei testi,nelle musiche e nei live è evidente la nostra provenienza, sia per l'uso del dialetto,sia per il coinvolgimento ed il calore che esprimiamo sul palco durante le nostre esibizioni.
Nel nostro ultimo disco "NEW ERA",come negli altri lavori,l'80 % dei nostri pezzi, descrive e racconta nel bene e nel male i posti da cui proveniamo,cercando sempre di farlo nella maniera più reale possibile,affinchè l'ascoltatore possa rendersi conto della situazione odierna e rimanerne colpito.
Quello che ci ha sempre caratterizzati è proprio l'essere reali, raccontando semplicemente quello che ci circonda in tutte le sue sfaccettature, cogliendone sia il lato negativo e sia il positivo, evidenziando ciò che per noi è giusto o meno,ma 
soprattutto senza fantasticare.

Cosa pensate della realtà hip hop vesuviana? Parlateci della scena in cui vivete?
Questa è una grande realtà,sicuramente una delle più floride e colorite scene Hip Hop d'Italia,fatta da tanti rapper di spessore capaci di distaccarsi dai soliti clichè a cui siamo abituati;ogni zona ha un suo stile,una sua tecnica, una sua mentalità ed è proprio questo a renderci tutti così vari. A Scafati,la nostra città, negli ultimi tempi nuovi ragazzi appassionati si stanno avvicinando a questa cultura un pò in tutte le sue forme,e questa cosa non può che renderci orgogliosi e soddisfatti.Noi d'altro canto abbiamo sempre collaborato con gruppi dei paesi a noi vicini,come None anche lui di Scafati,la DalBasso e la Blackout di Torre Annunziata,i Systemania e Frankie di Castellammare e tanti altri.Tra tutti noi c'è sempre stato un forte legame prima di amicizia e dopo artistico, che ci permette di continuare a crescere aiutandoci reciprocamente.

Come vi siete affacciati al fenomeno dell'hip hop mondiale?
Per il momento diciamo che ci siamo affacciati solo sul"fenomeno hip hip nazionale",per il mondiale beh...ci stiamo organizzando (ahahah).Battute a parte, il nostro inizio penso sia stato uguale a tanti altri ragazzini che per gioco e per emulare i grandi nomi del Jet Set mondiale,hanno iniziato a cazzeggiare con microfono,carta e penna, affascinati da artisti d'oltremanica come Nas, Method Man, Busta Rhymes, Rakim, M.O.P, Mobb Depp, etc, e nostrani come Neffa,OTR e Gente Guasta,Kaos,Deda,La Famiglia,Yoshi e tantissimi altri abbiamo maturato le basi della conoscenza del Rap. La differenza sostanziale che però ci ha permesso di arrivare fino a qui,è stata invece la volontà e la costanza. Inizialmente non avevamo nessuna pretesa,se non quella di crescere personalmente agendo nel nostro piccolo e facendo quello che ci piaceva, poi col tempo ci siamo resi conto che potevamo ambire a qualcosina di più,e rimboccandoci le maniche e investendo i nostri risparmi ci siamo prefissati un obiettivo valido e abbiamo perseverato per la sua riuscita.
Con l'uscita del nostro primo lavoro ufficiale "NEW ERA",ci siamo presentati all'intera scena italiana,con un prodotto valido,maturato nel corso del tempo,che rappresenta i sacrifici di un un gruppo privo di etichetta e che vuole puntare in alto.Consideriamo questo disco il vero e primo punto di partenza de La Congrega,la vera forza che ci permette ancora di più di gridare forte il nostro nome dopo i tanti anni di umili sacrifici.
La maggior parte delle produzioni sono state curate da P.eight;ci sono anche musiche di James Cella,Climaco,Waxxone e G.Santarpino,e con collaborazioni al microfono di Raige e Rayden,Kento,LadyB,Dalbasso,None e KTF.
A dicembre poi,affiancati dal nostro insuperabile regista,ovvero Ciro D'Emilio, insieme a tutta l'equipe della "Forme di Vita" inizieremo le riprese del nostro nuovo video "Strad parlen" estratto del disco, che racconta la cruda realtà in cui viviamo, e i giochi di potere illeciti a cui sottostiamo non per nostra scelta.Al momento stiamo collaborando in vari featuring con altri artisti di tutta Italia,e siamo impegnati nella sponsorizzazione e vendita del nostro album.

Qual'è il vostro obiettivo finale?
Il nostro obiettivo per il momento è quello di affermarci come un gruppo rap Napoletano,e portare in tutta la nazione il messaggio della "NUOVA ERA", mantenendo sempre il controllo delle nostre azioni con i piedi piantati a terra.
La credibilità che stiamo acquistando col tempo è solo ed esclusivamente il frutto di dedizione,impegno,capacità,forza e passione per quest'arte,e sono queste componenti alla base di tutto, senza le quali non si potrebbe andare avanti o raggiungere determinati obiettivi, tra i quali soprattutto non esaurire mai la nostra denuncia sociale verso i politici corrotti ed incapaci,verso la bella vita dei nullafacenti a discapito dei bisognosi,verso chi impone dittature scorrette nei confronti delle tantissime persone che lavorano una vita intera spezzandosi la schiena,e non vogliono ritrovarsi a vivere i loro bambini tra immondizia e omicidi del malaffare. Noi siamo sempre stati sensibili a questo tipo di problematiche,forse perchè vivendole in parte in prima persona,sono tante le cose che vediamo e che vorremmo dire, però siamo ugualmente consapevoli del fatto che tante sono ancor di più le cose che non si faranno mai,per il semplice fatto che gli interessi volano più alti della giustizia.


ERCOLE // Intervista di Alessio Arpaia

Dai Polina alle ultime collaborazioni con i Pennelli di Vermeer, Ercole Longobardi rappresenta oggi un punto di riferimento in quanto a professionalità e competenze. La sua vita è fatta di batterie, di percussioni ed evoluzioni in chiave elettronica. La sua vita è fatta del lavoro di fonico: uno dei professionisti più ricercati e conosciuti nella’ambiente partenopeo e non solo. Lo incontro nei locali del PompeiLAB un freddo pomeriggio di inverno:

Fonico, musicista. Sulla base di questi tuoi differenti approcci al mondo delle note, cosa è per te la musica?
E’ la mia vita. Non la vivo secondo uno stile ma proprio per quello che essa stessa è in grado di comunicare. Non ho un genere preferito, tutto è molto istintivo. I miei ascolti sono quelli che mi si poggiano sulla pelle senza nessun preconcetto, influenzando ovviamente le mie produzioni, anche se ci tengo sempre a lasciare una impronta decisa e tutta mia su tutto ciò che compongo.

Cosa è cambiato dai ‘Polina’ ad oggi?
Sono dei momenti che vivi fino in fondo. Ho cominciato 15 anni fa e l’ho fatto come batterista, crescendo in varie band: crescere è ciò che io cerco costantemente, non mi fermo mai. Ho sempre cercato di stare a contatto con persone che ne sapevano più di me mettendomi a loro disposizione proprio per imparare sempre di più.

Oggi il tuo stile è riconoscibile. Per te è una cosa positiva o negativa?
Di sicuro è positivo ed allo stesso tempo anche un peso. Inevitabilmente dopo tanti anni è giusto che la propria mano si senta.

A quali progetti ti stai dedicando?
Il mio futuro sarà sempre fatto da collaborazioni ma allo stesso tempo porterò avanti i miei progetti. L’ultimo anno è stato un momento di studio e raccolta. Sto mettendo a fuoco collaborazioni con più musicisti per concretizzare un mio progetto musicale personale in lingua italiana: ho voglia di rifare l’esperienza nella nostra lingua, con musicisti e cantanti. Rimarrà la musica elettronica ma ho voglia anche di un momento suonato ed in particolare di sottolineare l’elemento ritmico che per me è il cardine della musica.

Qual è allora il genere musicale che proponi?
Sicuramente è un cross-over. L’elettronica è entrata nella mia vita quando ho capito di poter fare musica da solo, al di là dei singoli strumenti. Quando ho iniziato esistevano le macchine dedicate e non i pc; pian piano mi sono rapportato con loro ed ho imparato ad usarle: elettronica e strumenti si sono uniti in me senza mai prevaricarsi. Oggi, dopo un cd autoprodotto,credo di essere pronto per un impatto concreto con il pubblico.

Lavori come fonico per i 24 Grana ed i Bisca. Come vivi il tuo rapporto con musicisti di questo livello? E’ una responsabilità o un onore?
Entrambe. E’ un piacere e un onore lavorare con persone di esperienza, e poi c’è la responsabilità di dover essere per loro una sicurezza. Devi contraccambiare la loro fiducia. Poi i risultati sono sotto gli occhi di tutti, a me non piace giudicarli. Io faccio il massimo.

E’ anche un problema di impianti audio …
Beh certo con materiale di qualità è tutto più semplice. Altrimenti il tuo lavoro te lo devi inventare. Io credo che un fonico deve saper far suonare di tutto, non si possono puntare i piedi. Se non si lavora con grossi service, ci si trova comunque in realtà difficili dove le possibilità sono limitate.

Proprio per questo, quanto è difficile per un musicista come te suonare sul nostro territorio?
Io credo che sia un percorso molto difficile anche perché la Campania ha poche risorse a livello musicale. Esistono piccole realtà e qualche isola felice come il PompeiLAB, ma in generale vivere qui da musicisti è difficile. L’unica soluzione è fare buona musica, cercare la giusta ricetta per poterla diffondere. I live aiutano molto. Io penso comunque che la nostra terra è piena di belle realtà musicali, ma è molto arduo portarle avanti. Sono comunque a favore delle iniziative artistiche, nella speranza di poter far nascere una rete, un movimento fra le zone in modo da poter magari alzare la voce. Anche perché finora i nostri soldi sono sempre stati gestiti male.

Detto ciò, il futuro ci riserverà sempre Ercole nel suo doppio ruolo di fonico e musicista …
Certo, sono momenti della mia giornata, della mia vita che di sicuro sarà fatta sempre di musica.


IL VELO DI MAYA - Theologve - Recensione

IL VELO DI MAYA
"THEOLOGVE"
ep
myspace.com/velomaya
metal - psichedelica



...se riuscite a distendervi su un divano e immaginare 2 orologi a pendolo incrociarsi tenendo gli occhi chiusi..allora siete avvolti nel velo di maya....in ordine di ascolto-.dal riff potente e marcato del basso e la chitarra che emette ululati in piena eclissi nel pezzo (prologue)...se affondarsi in un delay e il vostro godimento migliore (come il mio) allora seguirei con..(theologue)..ritmo andante e molto piu deciso che negli altri pezzi...belli anche i ritmi tribali sui tamburi. a questo punto se vi sembra che il divano stia cercando di farvi sprofondare nel suo interno, aprite gli occhi e ascoltate (dharma) e un buon punto di partenza di cui siete liberi di immaginare cio che si vuole.. (ma ancora per poco) e si ricomincia con (metanoia) bella l' entrata del grouw generale precisamente nel (02:03 minuti) dopo di che per chiudere questo incubo come dare un (the and) a tutto..niente di meglio che (intra) i suoni graffianti delle chitarre in alcuni tratti e il sottofondo di un suono derivante di chissa quale messa di monachi rumeni si confonde il tutto in una serata di pioggia...

voto da 1/10
tecnico=5...ma rimane la mia convinzione che possono rendere di piu.
idee=8...nulla da dire...se si riesce ad immedesimarsi in quello che vogliono esprimere
originalita'=4...credo che per gli ascoltatori del genere venga condiviso

...kazzim...

DROWORD - Muta Assenza - Recensione

DROWORD
"Muta Assenza"

I Droword composti da tre elementi batteria, basso e chitarra/voce,si presentano con la loro prima demo dal titolo Muta Assenza, che subito fa capire le intenzioni musicali del gruppo, con un sound crossover, aggressivo, potente ed incalzante. Buono il lavoro svolto dai musicisti, che ricordano gruppi come i Coal Chamber, Deftones e Switchpin. L'unica pecca a mio parere è il cantante/chitarrista che fornisce si, un grosso supporto con la chitarra, ma non riesce fare lo stesso con la voce che ha una timbrica inadeguata alle forti sonorità del gruppo insomma, un bel growl ogni tanto ci starebbe bene.
Luca Ferrara

THE MANTRA ABOVE THE SPOTLESS MELT MOON - God Is An Astronaut - Recensione

THE MANTRA ABOVE THE SPOTLESS MELT MOON
"GOD IS AN ASTRONAUT".
Split 12"
myspace.com/themantraabovethespotlessmeltmoon
rock-alternative


“God is an astronaut” è il titolo del nuovo album dei The Mantra a.t.s.M.M. Un viaggio di quattro giovani artisti alla scoperta di quell’intimo incontrarsi del loro comune interesse per il rock. Un vortice di suoni che ininterrottamente sembrano ricercarsi e armoniosamente unirsi alla leggiadria della voce di Adriana Salomone lascia il nostro spirito piacevolmente ondeggiare, rapito dalle loro suadenti sonorità.
Chiara Vitello

Misstake - Make Your Game - Recensione

MISSTAKE
"MAKE YOUR GAME".
EP
myspace.com/misstakeband
rock-punk





I Misstake sono un giovane terzetto alle prese con un secondo ep che segue the needful experience uscito un anno prima.Francesco Izzo (chitarra e voce),Vincenzo De Simone (basso) e Luca Maracino (batteria) offrono all’ascoltatore 4 canzoni di presa immediata,senza fronzoli, capaci di miscelare il punk ripescato negli ultimi anni da gruppi come offspring, sum 41,  blink 182 e Green Day, al grunge soprattutto dei Nirvana dove non si possono negare certi rimandi (soprattutto nell’iniziale insane melody).
I Can Do It ha il pregio di avere un riff capace di stamparsi subito in testa e un ritornello semplice ma efficace.69 e You Look About sembrano uscire da Americana o Dookie e il drumming e’ caratterizzato da rullate che sembrano fatte da Travis Barker per velocita’ e potenza.
Insomma un buon ep consigliato a chi ama il movimentato mondo del punk o a chi ha semplicemente voglia di scuotere un po’ la testa con questa promettente band campana.
Golconda

Strip in Midi Side - Recensione

STRIP IN MIDI SIDE
"S/T". EP
myspace.com/thestripinmidiside
industrial-rock






Eredi dell'avanguardia anglo-americana nonché tedesca, sono gli “Strip in midi side”. Sulla scia di band come i Nine ich niles, Depeche mode,Marylin manson.. , il loro progetto si concentra soprattutto sulla ricerca sonora, in grado di fondere sonorità hard-rock con sonorità tipicamente elettroniche (synth,drum-machine).Il risultato di tutto ciò è un sound potente e ritmato, contaminato ed ibridato dall'avanguardia elettronica. Ma ciò che maggiormente li contraddistingue e li rende originali sono le caratteristiche dello “show entertainment” che assumo le loro esibizioni, note come “stripping experience”. Dopo il notevole e più che positivo impatto sul pubblico, il trio salernitano continua con la sua intensa attività live aspettando il momento migliore per entrare in studio.
Giovanna Del Gatto

Underscore - A Day Will Come - Recensione


UNDERSCORE
"A DAY WILL COME".
mini-EP
underscoreband.com
rock


Si sono incontrarti nel 2003 ed hanno lasciato che la loro empatia divenisse armonia tra suoni e individualità … Dopo il successo di “Chindren on birthday” esce il loro terzo album “A day will come”. Sono gli Underscore che continuano ad associare alla leggerezza di una voce il trasporto di un basso,una batteria e un piano attraversando ricordi, scomode consuetudini e speranze lungo un’ondata singolare di impeto libero e per questo creativo.
Chiara Vitiello

video: Ciro d'Emilio "intervista di Carla Martire"

Il giovane regista campano Ciro D’Emilio si trasferisce nel 2005 a Roma per intraprendere gli studi di cinema, dopo solo un anno già è alle prese con la sua prima produzione audiovisiva: il videoclip Game Over per l’emergente gruppo napoletano La Congrega al quale fa seguito nel 2007 un secondo videoclip A chi tant e a chi nient, uno spaccato quanto mai attuale del disagio sociale ed economico odierno. 
Sempre nel 2007 produce, scrive e dirige il cortometraggio L’altro, una storia di razzismo e di violenza in un cantiere multirazziale, in cui si scontrano etnie e culture diverse, con esiti tragici.
L’altro riscontra numerosi consensi in vari concorsi: è premiato allo “ScortoFilmFestival” nella sezione “Scorti Nuovi”, al Festival “Alberini” dove vince la targa “Miglior Attore”, si aggiudica inoltre il premio “Franco Santaniello” come “Miglior Sceneggiatura” alla X edizione del “NapoliFilmFestival”, per poi approdare al “West Hollywood International Film Festival”, dove ottiene due importanti targhe: “Juror Award” e “Best European Short Award”, oltre ad avere passaggi televisivi su LA7 e menzioni su riviste specializzate come Taxi Drivers.


Ma non aggiungiamo altro, tenteremo di conoscere qualcosa in più di Ciro D’Emilio con questa breve intervista:

Che rapporto hai con la tua città natale e quanto influenza la tua produzione artistica?
Un rapporto di odio e amore, che sicuramente influenza ed ha influenzato i miei lavori. Qualche anno fa, quando andai via da Scafati, vivevo un forte conflitto con la città e con queste zone. Ma da quando vivo a Roma, molto spesso sento il bisogno di tornare. E’ come se da lontano avessi apprezzato quelle cose che invece stando qui non riuscivo ad apprezzare. Oggi quello che posso dire è che sento un legame molto forte con queste strade, con questi sapori, con questi odori e con questa gente.

Qual è l’argomento del tuo cortometraggio L’altro? Come è nata questa idea?
L'argomento principale è il razzismo, o meglio la xenofobia. Questa idea nasce dal semplice osservare il quotidiano. Io, vivendo nella periferia romana, ad Ostia, ho avuto modo di scontrarmi su quello che si conosce come conflitto italo-rumeno. Una completa incomunicabilità che stronca ogni tipo di rapporto umano tra le diverse etnie. La storia è volutamente molto semplice, anche nel suo intreccio. Volevo raccontare quella che ho spesso chiamato una "Storia di ordinaria xenofobia" (richiamando Bukowski), proprio per cercare di rendere visibile un ingranaggio malfunzionante ma che agisce nel quotidiano. Mi sono cimentato quindi in una sperimentazione, dove la sceneggiatura è stata divisa per stanze visuali e le inquadrature eseguite quasi tutte a spalla. Questo per sentirmi all'interno del conflitto. Volevo sentirlo sulla mia pelle. 

Il tuo cortometraggio tocca temi scottanti: il razzismo, la guerra tra “poveri”, la paura che si trasforma in odio per quello che percepiamo come “altro” da noi, tematiche purtroppo attuali, visto i fatti che la cronaca riporta ogni giorno. Tu come interpreti questi fenomeni e che messaggio hai voluto lanciare nel tuo corto? 
Più che lanciare un messaggio, volevo coinvolgere lo spettatore all'interno del conflitto. Volevo evitare di farlo sentire "estraneo al problema". Ecco perchè racconto una iper-realtà. Perchè prendo esempi estremi per ricongiungerli ad un centro. Un centro dove spesso siamo in molti a pensare quella frase contraddittoria "non sono razzista..però"

Il tuo corto è approdato al West Hollywood International Film Festival, come è stata questa esperienza e pensi che all'estero ci sia una maggior apertura del mercato nei confronti dei corti?
Un'esperienza sicuramente eccezionale. Credo che chiunque voglia fare questo mestiere sogni un giorno di vedere proiettato, a pochi minuti dagli Universal Studios, il suo corto o il suo film. Un soggiorno, seppur breve, veramente sconvolgente. Ho notato un Paese che investe sul cinema, sulla musica, e soprattutto sui rapporti umani. Un qualcosa che l'Italia ha dimenticato di fare da parecchio. Il mercato americano è ovviamente più vasto e più disponibile, calcolando che sono più di cinquanta stati, e quindi imparagonabile alla situazione distributiva europea.

Ho apprezzato particolarmente le musiche del cortometraggio, quanto pensi sia importante il connubio immagini musica in una produzione artistica? 
E' il sale nella pasta! La musica è la prima arte, che secondo me si completa nel cinema grazie alle immagini. Solo dopo aver sincronizzato le immagini con la musica, dai completezza alla tua opera filmica. Riesci a mettere un punto ed avere tutto ben chiaro. Per quanto riguarda L'altro, le musiche sono dei Kief, un gruppo di Torre Annunziata. Quando maturai l'idea di una messa in scena ed un montaggio molto frenetico, pensai che i loro brani fossero stati i più adatti per le mie immagini.
E per rimanere in tema so che hai realizzato due videoclip per l’emergente gruppo napoletano La Congrega, come è nata questa collaborazione? 
Già conoscevo Nando Avagnale e Amerigo Casadei da svariati anni. Il primo videoclip, Game Over, fu l'occasione per me di cominciare a mettermi in discussione. Poi il secondo, A chi tant e a chi nient, è stato girato pochi mesi dopo L'altro, ed è stata l'occasione di affrontare il linguaggio del videoclip in maniere più matura. Ufficialmente è il mio ultimo lavoro.

So che hai creato assieme a tanti altri giovani studenti e non Forme di vita produzioni, ci parli di questo progetto? 
Forme Di Vita nacque nel 2004, quando ancora vivevo a Scafati, da un'idea mia e di due miei carissimi amici ma fu resa effettiva solo dopo due anni quando, trasferitomi a Roma, ho voluto coinvolgere vari colleghi universitari del Dams. Da allora siamo in questa fase sperimentale che in futuro dovrebbe ufficializzarsi del tutto. Fortunatamente fino ad oggi le cose sembrano andare per il verso giusto. 

E progetti per il futuro?
Certo. Il prossimo lavoro sarà il terzo videoclip per La Congrega, Strade Parlen, che gireremo sempre a Scafati verso dicembre. Poi l'anno nuovo partirà con la pre-produzione del mio prossimo corto. Spero di confermare la scia de L'altro.



L'altro - trailer


myspace.com/cirodemilio


altre opere di Ciro d'Emilio nella sez. ArtGallery

pittura: Nicola Vitiello

Individuare attraverso le opere il carattere e l’intelligenza di un artista necessita indubbiamente di un’ analisi approfondita del suo linguaggio espressivo, tenendo bene in considerazione gli strumenti materiali utilizzati e il supporto stesso dell’opera, l’immaginario astratto o figurativo espresso, il cromatismo, un’eventuale tendenza del suo linguaggio verso un certo tipo di movimento o avanguardia, insomma il necessario almeno per focalizzare gli aspetti principali delle sue opere. Ma quando ci troviamo dinanzi alla prolifera attività artistica
come quella di Nikò ci si trova sempre un po’ smarriti, la sua forma espressiva è capace di adattarsi a qualsiasi base materiale, non disdegna le materie organiche, spesso disprezzate o dimenticate da molti artisti d’avanguardia, si rompe qualsiasi tabù quando il materiale addirittura è riciclato direttamente tra gli avanzi della città. 
In alcuni casi è il supporto stesso che assume la sagoma del soggetto, come nel caso del teschio dipinto (titolo opera) esposto nell’ultima mostra della factory artistica bolognese “Kunstabauten” di cui Nikò è tra i membri fondatori.

Gli strumenti della sua pittura sono gli acrilici, l’olio e la tempera, la stesura della materia avviene tramite l’uso dei pennelli, è un gesto veloce ma non del tutto istintivo, i dipinti di Nikò nascono da un’ elaborazione mentale del suo immaginario, che si traduce in una pennellata immediata sulla superficie della tela. E’ quindi di natura celebrale l’elaborazione dell’immaginario figurativo di Nikò, se ci soffermiamo sui soggetti delle pitture realizzate, notiamo una sorta di reminescenza, un eco lontano che ci riporta direttamente alle origini della manifestazione espressiva artistica umana, non c’è luogo più primordiale delle civiltà indigene e tribali africane, totalmente estranee ai canoni estetici classici europei, questo discorso fu proprio la base del Primitivismo degli inizi del secolo scorso, una tendenza artistica che è spesso riemersa anche in alcuni artisti contemporanei.
Il soggetto della maschera che ritroviamo in molte culture popolari si presta a fantasiose e lisergiche visoni nella pittura di Nikò, ma non assume mai la staticità di un simbolo, essendo animata e contestualizzata da una energica corrente cromatica. L’opera dell’ artista partenopeo vive nelle accese tinte acriliche che formano il “volto umano”, che diventa il luogo dove sperimentare un originale grafismo di gusto decorativo, un vocabolario che è presente nelle opere Jean Michele Basquiat e di Keith Haring e che viene alla luce proprio nel underground delle grandi periferie urbane americane e europee. Un discorso simile lo ritroviamo a metà degli anni ottanta nella tendenza artista della “Street Art”. Si affianca a questa consapevolezza della destinazione finale dell’opera una altrettanta attenzione del ruolo centrale dello spettatore che per l’artista diventa il vero obbiettivo da centrare, il vero beneficiario conclusivo di tutto l’intero percorso creativo e che permette all’opera di acquisire un significato proprio, caratteristica che rende l’arte di Nikò costantemente aggiornata e presente, priva di qualsiasi turbamento nostalgico.



Intervista a Nicola di Antonio Vitiello

Nikò, chi sei?
Credo che la risposta più completa sia un creativo, ossia una persona che tenta di guardare e andare oltre qualsiasi aspetto mentale e materiale della vita, facendo tesoro di tutte le suggestioni che il vivere ci procura.

Che cos’è un quadro?
Il risultato di una interazione tra l'uomo e il colore, scaturito da un continuo scambio di emozioni visive e mentali, che l'artista e i suoi strumenti, si scambiano continuamente e a vicenda per tutto il tempo che porterà alla conclusione dell'opera.
Un quadro è un grido muto, che con la forza della linea e del colore, assorda chi si ritrova ad osservarlo.

Cosa sono per te i colori?
L'essenza di ogni manifestazione artistica, i muscoli, gli arti, i polmoni di un opera.

La tua pittura, almeno inizialmente, cita molto Basquiat. Cosa hai preso da Basquiat e in cosa ti differenzi da lui?
Impossibile nascondere la mia attrazione per l'opera di Basquiat, è stato un vitale riferimento per la mia formazione artistica.
Nel suo lavoro ho trovato una motivazione a credere e a fidarmi ciecamente del mio istinto, ad andare oltre qualsiasi schema e ad apprezzare al meglio il colore quale protagonista del quadro.
I miei quadri sono fini a se stessi, vivono di aria propria e difficilmente richiamano situazioni o realtà esterne, a differenza di Jean Michel che spesso fissava sui suoi lavori particolari del mondo che lo circondava.
Il suo immaginario continua ancora oggi ad interessarmi, ma i veri fautori del mio operato sono le immagini che attendono di essere dipinte su tela dalla mia mente e dalle mie mani. 



Ci risulta che hai studiato a fondo la pittura murale e la “Street Art” e l’hai anche praticata. Cos’è che spinge un artista ad esprimersi in questo modo?
A quanto pare siete ben informati, oltre che averla praticata, la Street Art è stata anche l'argomento che ho trattato nella mia tesi universitaria.
Perchè elemosinare una manciata di metri sulla parete di una galleria, a volte anche in cambio di consistenti somme di denaro, quando abbiamo a disposizione un mondo intero da dipingere.
L'arte deve generare emozioni sincere, credo che recarsi in una galleria per vedere un quadro, prendere un appuntamento con quella visione, non potrà mai dare la stessa sensazione del ritrovarsi inaspettatamente di fronte ad un opera d'arte per le strade di una città. In passato posso dire di aver fatto delle "azioni" urbane, stencil e pitture, ma nella maggior parte dei casi le applicazioni erano un po differenti.
Per un periodo ho realizzato in strada, utilizzando tavole recuperate, dei dipinti che poi abbandonavo, per osservare da lontano le reazione dei passanti. L'interessamento di un osservatore di passaggio mi ha dato molte più soddisfazioni che quello di un visitatore di una galleria. E' il contatto diretto, è il contesto urbano in cui si colloca un'opera che la rende più umana e viva.
Mi viene in mente una frase che credo possa concludere questa risposta: una gabbia è sempre una gabbia, anche se fatta d'oro.

Le istituzioni, a tutti i livelli, e le persone comuni sembrano essere sempre meno tolleranti nei confronti di chi esprime la sua arte dipingendo i muri. Questo atteggiamento è un bene o un male per i painters e per la loro arte?
L'arte urbana è un argomento che bisognerebbe considerare e approfondire meglio, mai come oggi la street art viene criminalizzata e punita, bisogna imparare a distinguere l'arte dal imbrattare le pareti.
Purtroppo in giro ci sono troppe persone dalla bomboletta facile, che senza ne rispetto ne arte, imbrattano con grovigli di parole e simboli, ambienti che non meriterebbero di essere trattati in quel modo. E chi ne paga le spese sono i veri artisti della strada, persone dotate di una sensibilità che dovrebbe essere tutt'altro che repressa. L'arte ha bisogno di spazi, e gli spazi hanno bisogno d'arte.

Dovendo definirti artisticamente come lo faresti?
Non lo farei.

Le correnti pittoriche moderne e contemporanee, che sembrano cosi lontane dall’arte figurativa classica, altro non hanno fatto che estrarre dalla figura di volta in volta qualcosa: la forma, il colore, la materia, il concetto. Credi che ci sia ancora qualcosa da mutuare dall’arte classica? Quale può essere il futuro dell’arte?
L'unica cosa che mi auguro per il futuro dell'arte è che ci si continui a sporcare le mani, certo il concetto è importante, ma non si può pretendere che prenda il posto della materia. Cè un tempo per ogni cosa, non dico di buttare via il vecchio per il nuovo, ma almeno di metterlo da parte.

Quale puo essere il futuro artistico di Nikò?
E che ne so, un imbianchino con molta fantasia.



altre opere di Nicola Vitiello nella sez. ArtGallery